9.10.08

Meglio ricordare un morto che dimenticare un vivo

Mi son trovato a passare da un ricovero per anziani.
E' una struttura per lunghe degenze, nella quale gli anziani vengono accuditi e sollecitati (per quanto possibile) a restare attivi sia nel fisico che nella mente; ci sono situazioni di tutti i tipi: si va dalle persone totalmente autosufficienti, che passeggiano tranquillamente per i corridoi della struttura, ai pazienti invalidi al 100%, che hanno bisogno di altre persone per muoversi e di una macchina per alimentarsi.

Passeggiavo anche io per uno di quei corridoi.
Tra il chiacchiericcio delle infermiere, all'improvviso ecco la voce di una donna. Ci metto alcuni istanti a capire da dove proviene: c'è un'anziana ferma su una sedia a rotelle, con la faccia rivolta al muro. Mi da le spalle. Non posso vedere bene, ma dalla posizione della testa direi che sta guardando a terra.

La sua è una litania lamentosa continua. Inizia chiamando quello che capisco essere il nipote, e chiedendogli di dire al nonno che lei è qui, e di venire subito: e lo chiama, questo nipote che non c'è, una due tre volte.
E poi ancora, e ancora. E ancora. E poco importa che non ci sia nessun nipote, lì vicino a lei, o che il nonno che lei invoca sia, probabilmente, morto da anni.

Qualche istante di silenzio.
Come un'esplosione, la donna inizia a chiamare a gran voce il nome di due, tre, quattro, cinque persone; un'elenco di nipoti che lei ripete instancabile per svariati minuti. Io resto immobile, quasi paralizzato, e mi guardo in giro come se da qualche angolo buio dovessero improvvisamente saltar fuori tutte queste misteriose persone che l'anziana sta chiamando. Ma non arriva nessuno.
Non c'è nessuno. Lei è sola, nel suo delirare.

Ancora silenzio, e poi il delirio lascia il posto ad un breve momento di lucidità.
Un momento di lucidità che per me è una coltellata, non oso immaginare cosa sia per lei: in un sospiro, la donna dice che ha tanti nipoti, ma che nessuno di loro è capace di venire a trovarla. Sta parlando da sola, è una triste constatazione che fa a sé stessa, perchè semplicemente non c'è nessun altro essere umano a cui fare questa rivelazione.

Mi allontano, e sto quasi piangendo.
Mi muovo come al rallentatore in questo ricovero per anziani, in questa struttura protetta dove dal buio di ogni stanza (sono le 19:00, ed è per tutti ora di dormire) arrivano lamenti indescrivibili, respiri affannosi e pesanti, silenzio che prende alla gola.
Sto quasi piangendo, ma non è solo commozione. E' paura.
Paura di fare anche io, un giorno, la loro stessa fine: parcheggiati in qualche posto, accuditi come piante e tagliati fuori dal mondo. Senza nessuno ad allacciare ancora una volta i fili di quella che un tempo doveva essere una vita normale.

No, non sia mai. E' un tempo che io non voglio vivere.
Mentre affretto il passo, per scappare da quel luogo e lasciarmi alle spalle i pensieri cattivi, penso che preferirei morire, piuttosto che subire un destino simile. E che dovrei lasciare scritte le mie volontà, da qualche parte e in qualche modo, per ricordare al destino e agli uomini, semmai se ne dovesse presentare la necessità, che vorrei che mi lasciassero morire, piuttosto che trattenermi in un mondo fatto di silenzio, incapacità e solitudine. Lo vorrei per me, e per i parenti che lascerei.

Perchè è meglio ricordare un morto, che dimenticare un vivo.
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